Archivio per Agosto 2007

Uno spot Rai anti-Usa sulla pelle dei militari in missione in Libano

Agosto 31, 2007

di Gianalfonso D’Avossa (da “Libero” del 31/08/2007).

Ho seguito con particolare attenzione il servizio dal Libano andato in onda martedì 28 agosto sulla nostra terza rete, presenti con il ministro i massimi responsabili militari della Difesa e il nostro contingente, la Folgore, inquadrato nelle Nazioni Unite con il suo comandante, il generale degli Alpini Claudio Graziano. Prima di scriverne mi sono procurato la registrazione di quanto trasmesso per non correre il rischio di avere capito male. La trasmissione mi è apparsa subito fortemente antiisraeliana e antiamericana. Non mi sembrava possibile che il presidente della Repubblica, che ha rivolto in diretta un sentito apprezzamento ai nostri militari impegnati in Libano, potesse essere coinvolto in quella che risultava essere una lucida, fredda, calcolata, macchiavellica operazione politica, attuata a tavolino sulla pelle del nostro contingente militare. Non era dei nostri generosi e disciplinati soldati che si volesse tanto parlare quanto della barbarie della guerra. In un’ottica politica ovviamente ben precisa. Da una parte i nostri uomini in uniforme, intenti più a fare i bene accetti assistenti sociali e a tagliare e distribuire la pizza che i combattenti. Dall’altra questi terribili israeliani con i loro omologhi americani, che sventrano i villaggi, uccidono i bambini, sconvolgono il corpo e la mente dei loro stessi reduci. Il giornalista Riccardo Iacona, responsabile del servizio televisivo, con una superficialità inaudita, ha fatto riferimento a Nassiriya dando per certa la colpevole responsabilità di quella catena di comando. Nell’elogiare l’apparato di sicurezza realizzato in Libano, ha detto testualmente: «Qui un camion come quello di Nassiriya non potrebbe entrare». Lo stesso Parisi, visibilmente in difficoltà, ha prima sottolineato «l’eccellenza» del lavoro sempre svolto dai nostri militari. Poi ha sentito la necessità di pensare «al dramma del popolo americano, che è un popolo al quale siamo legati da profondi sentimenti di amicizia e dal comune riferimento agli stessi valori». Come ha potuto, il nostro ministro della Difesa, acconsentire a un tale improprio coinvolgimento? Anche io caro direttore, come Marco Gianni, mi vergogno di questo governo, responsabile di questa manipolazione vergognosa che ci umilia tutti, per primi coloro che con rischio della vita assolvono il loro difficile compito di difensori della pace. Quanto è stato realizzato andava bene per una tavola rotonda fra politici e intellettuali, senza coinvolgere il Capo dello Stato e, soprattutto, alla presenza di ufficiali, sottufficiali e soldati che non devono mai essere coinvolti, direttamente o indirettamente, in valutazioni e controversie politiche. Ho percepito, guardando quelle immagini, l’imbarazzo dei nostri uomini in divisa, giovani e meno giovani, attenti a non tradire il loro ruolo imparziale. C’è proprio da complimentarsi con i vari consiglieri delle nostre maggiori autorità di governo, per un coinvolgimento tanto irresponsabile. Onore al generale Graziano che, invitato subdolamente a commentare altre missioni, si è rifiutato e, con calma determinazione alpina, ha rivendicato le sue uniche responsabilità di comandante e capo missione dell’Onu! E onore a quell’unico parlamentare, il deputato Roberto Salerno, che ha sentito il dovere di «chiedere scusa agli Stati Uniti per come la giornalista Botteri ha rappresentato l’azione dei militari americani in Iraq»!

Gli Arditi, il Decalogo e breve introduzione

Agosto 2, 2007

Il 10 giugno 1918 venne costituito il primo Corpo d’Armata degli Arditi, il cui comando venne affidato al Generale Francesco Saverio Grazioli, il quale precisò, nel decalogo dell’ardito (così vennero chiamati i componenti dei reparti d’assalto che ebbero origine precedente alla costituzione organica ed unitaria di un Corpo d’Armata) le qualità e le peculiari caratteristiche degli assalitori.

  1. Ardito! Il tuo nome esprime coraggio, forza e lealtà; la tua missione è la vittoria ad ogni costo. Sii orgoglioso di mostrate al mondo intero che al soldato italiano nessuno può resistere. Pensa ai tesori di affetti, di bellezza, di prosperità nazionali che difendi col tuo valore. Ciò infonderà nell’animo tuo una forza irresistibile.
  2. Per Vincere, numero ed armi non valgono; sopra ogni altra cosa valgono disciplina ed audacia. Disciplina è espressione di bellezza e forza morale altissima. Audacia è la volontà fredda e salda di imporre la tua superiorità al nemico, sempre ed ovunque.
  3. La Vittoria è di là dell’ultima trincea del nemico, è nelle sue retrovie, per giungervi adopera violenza ed astuzia, né curarti se nell’avanzata impetuosa, nuclei avversari ti restano alle spade. Se il nemico ti aggira, mantieni i nervi saldi ed aggiralo a tua volta.
  4. Cerca di comprendere sempre quanto accade nella battaglia ed accorri in aiuto dei compagni sopraffatti. Quando ti accorgi che la situazione vacilla, gettati avanti, punta dritto avanti a te.
  5. Nell’assalto usa le bombe ed il pugnale, vere armi dell’ardito; nella difesa del terreno conquistato, il moschetto e la mitragliatrice. Difendi le tue mitragliatrici se vuoi che esse ti difendano. Copri il rumore della valanga nemica che avanza col canto delle tue mitragliatrici. A quel conto vedrai la valanga disperdersi e il nemico cadere come messe falciata.
  6. Se giungi nelle retrovie nemiche getta lo scompiglio ed il terrore; allora un ardito può valere cento uomini, un ardito italiano mille soldati nemici.
  7. Il timore che ispiri all’avversario è la tua arma più potente; sappi mantenere ardito la tua fama. Sii feroce col nemico finché è in piedi, sii generoso con lui soltanto quando è caduto.
  8. Se rimani ferito o disperso è tuo debito d’onore dar notizie di te al tuo reparto e far l’impossibile per raggiungerlo.
  9. Non desiderare altro premio al tuo valore che il sorriso delle belle donne d’Italia che avrai difeso col tuo coraggio. Esse ti copriranno di fiori e baceranno la tua fronte ardita allorché ritornerai vittorioso, fiero della tua maschia forza, figlio prediletto della più grande Italia.
  10. Corri alla battaglia. Tu sei la più fulgida espressione del genio di nostra razza. Tutta la Patria segue come una scia luminosa la tua corsa eroica per l’assalto!

ArditoGli arditi venivano reclutati tra tutte le armi, ma in particolare tra i fanti, i bersaglieri e gli alpini: avevano come distintivo sul risvolto della giubba, che era aperta al collo, le fiamme nere e sulla manica sinistra un festoncino d’alloro che incoronava un pugnale. Tali truppe speciali sorsero nei giorni più aspri della grande guerra, come espressione viva della insofferente volontà dei più strenui combattenti delle primissime linee, ansiosi di uscire dalla stasi penosa e mortificante della squallida guerra di trincea.

Fu ad opera e per iniziativa dell’allora Maggiore Bassi che tra l’inverno e la primavera del 1917 ebbero vita i primi reparti d’assalto, da lui istruiti e ad essi infuse, con metodi di addestramento assolutamente nuovi ed ispirati ad una intraprendente aggressività, il più spigliato spirito offensivo. Ottenuti effettivi di volontari per una compagnia, il Bassi li preparò e poi fece valutare al Generale Grazioli la nuova piccola unità in piena azione: il Grazioli volle che il Comandante in capo Generale Cadorna si rendesse conto dei sistemi e dei mezzi e soprattutto dello spirito che dominava i reparti e il Comandante supremo diede una incondizionata approvazione alla iniziativa del Maggiore Bassi e diramò opportune istruzioni (5 luglio 1917) per l’addestramento dei reparti d’assalto e per la costituzione presso la 2a Armata del primo raggruppamento. La scuola d’assalto ebbe sede a Manzano. Il 29 agosto 1918 re Vittorio Emanuele III passava in rivista l’intero Corpo d’Armata d’assalto, presenti i Generali Diaz e Badoglio, il comandante della IX armata e ufficiali degli eserciti inglese, francese ed americano, Per la prima volta nella storia della guerra e di una rivista le truppe, sfilarono davanti al re a torso nudo. «L’ardito va all’assalto con 25 bombe e 25 bombe son 500 tombe»; così cantava l’ardito. I reparti parteciparono con inaudito valore ad imprese che stupirono ed atterrirono i nemici e per l’irruenza dell’assalto e per l’impiego di nuovi mezzi e di armi, ma soprattutto per la foga e il coraggio e l’assoluto sprezzo del pericolo.

Essi si batterono nella battaglia difensiva del Piave e quando si scatenò la nostra offensiva, furono gli interpreti della battaglia della Sernaglia. Gli arditi furono sempre i primi nell’offerta. nell’assalto e nel sacrificio.

La scomparsa di Pickles McCarty

Agosto 2, 2007

Un racconto bassanese di Ernest Hemingway.

Questa storia di «Pickles», un pugile italo-americano che rientra clandestinamente in patria per arruolarsi tra gli Arditi, è stata scritta da Hemingway durante le sue vacanze estive in Michigan nel 1919.
Da una terza copia dattiloscritta, ora alla Kennedy Library di Boston, appare che Hemingway (verso il 1921) intendesse usare questo stesso racconto come parte di un progettato romanzo su Gabriele D’Annunzio e l’impresa di Fiume. Stranamente, questa storia di «Pickles» è rimasta sconosciuta al pubblico fino al gennaio 1976, quando una traduzione italiana è apparsa ne «Il Racconto», diretto da Giovanni Arpino.
Sebbene strettamente «letterario», cioè inventato, «Pickles» si è rivelato così pieno d’informazioni da dar origine a un intero libro (Con Hemingway e Dos Passos sui campi di battaglia italiani della Grande Guerra, 1980). Alcuni degli episodi sono riferiti anche nel Report di W. Houston Kenyon. «Io, a Hemingway, non ho detto nulla», ha precisato Kenyon. C’è il fatto che Hemingway può aver letto il suo articolo nel numero di marzo 1919 dell’«Harvard Graduates Magazine»; oppure sia venuto a conoscenza degli avvenimenti da altri autisti della Sezione Uno ARC di Bassano, suoi compagni all’ospedale milanese. Ma è più probabile che Ernest sia stato messo al corrente di quei combattimenti dagli stessi protagonisti, dato che tra il 20-27 ottobre fu anche lui a Bassano (e a Pove e a Cittadella) e si mescolò con gli Arditi del IX Reparto d’Assalto del magg. Giovanni Messe (nel 1941 comanderà il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, e nel 1943, l’Armata che si arrese agli alleati in Tunisia): un’unità combattente e uomini sicuramente riconoscibili nel racconto.

da “LA SCOMPARSA DI PICKLES McCARTY“:

“[...] Sono anche salito sul Monte San Gabriele. E c’era la vecchiaccia con la falce e il teschio e la camicia da notte che spazzava la montagna, allo stesso modo che a San Francisco innaffiano le strade con l’idrante. Ma siamo saliti. E il Monte Corno!». «L’ho visto», dissi. «Tu hai visto la Rocca di Gibilterra, Frog Eyes. Potremmo prendere anche quella, come abbiamo preso il Monte Corno. E l’abbiamo preso. Non so come. Mi ricordo, ho visto un austriaco strappar la sicura a una di quelle bombe schiacciapatate e la tirò addosso a cinque di noi. Ci fu lo scoppio e sono rimasto solo. lo ero sotto, più in basso, e lui rideva e strappò la sicura a un’altra e me la tirò. Mi cadde davanti, oscillò un secondo che a me parve un’ora, poi rimbalzò fuori del bordo e scoppiò per aria più in basso. Io a quel tale ho sparato con la pistola. Mi cadde addosso giù dalla roccia e per poco non mi fece precipitare dal bordo. Un salto di trecento metri. Sono rimasto sotto di lui un poco. Era caldo e appiccicoso. Finché ho inarcato la schiena e l’ho fatto scivolar giù. Ho sentito il tonfo, come quando butti via una zucca (2).
Il Corno, sì, Frog Eyes, è stato uno spettacolo!». [...]

Eravamo a circa cinque chilometri dal posto in cui dovevamo saltar giù quando incominciò uno spaventoso bombardamento, seguito subito dopo dalla nostra artiglieria che tambureggiava da tutte le parti attorno a noi. Si vedevano bombe cadere sulla strada davanti. Un camion fu centrato in pieno. L’orrore di un camion pieno di uomini così centrato non è descritto neppure da Dante nel suo Inferno. Piombò giù un’altra bomba, con un lungo fruscio nell’aria, e scoppiò a lato della colonna e ci fece cadere addosso una pioggia di schegge di roccia.
«Questo non era in programma! Tu sei un altro Giona, Frog Eyes!», mi gridò Pickles al di sopra del rombo dei cannoni. In lontananza, dalla colonna al buio, qualcuno incominciò a cantare con una voce di tenore chiara e potente. A lui si unirono tutti gli uomini dei camion:

«Il generale Cadorna
Ha scritta al’ Regina.
Il generale Cadorna
Ha scritta al’ Regina.
Si vuol’ vider’ Trieste,
Demanda Cartilina
Bom, Bom, Bom,
Rumor di Canoni! …
».

Tutti del battaglione urlavano quella canzone dal ritmo dinamico, con un terrificante crescendo di volume sui «Bom! Bom! Bom!». Pickles mi gridò nell’orecchio: «Ti becchi tre mesi di galera se canti questa canzone in qualche altra parte d’Italia. Ma qui lascian correre. Hai capito le parole? Il generale Cadorna scrive alla Regina. Se vuoi vedere Trieste fatti dare una cartolina illustrata. E poi rumori di cannonate».

Un’altra bomba venne a scoppiare sulla colonna che s’era fermata. Un urlo acutissimo superò il volume della canzone, ma il battaglione passò alla seconda strofa:

«Noi siamo gli Arditi
Et vogliamo la riscossa,
Noi siamo gli Arditi
Et vogliamo la riscossa!
Vogliamo le Monte Corno
Et tre bicchieri di birra
Bombi a mano
Et tre culpi de punialo! …
».

«Hai capito?», gridò Pickles al di sopra del fragore del coro. «Noi siamo gli Arditi. Vogliamo andare alla riscossa. Vogliamo il Monte Corno e tre bicchieri di birra. Bombe a mano e tre colpi con il pugnale… Ehi, Frog! Guarda chi arriva!». In fondo alla strada, alla luce degli scoppi delle bombe, si vedeva una calca di feriti sanguinanti. Stavano aprendosi un passaggio barcollando contro gli schermi che riparavano e camuffavano la strada. Avevano la paura della morte negli occhi. Quello sguardo di truppe terrorizzate che è la cosa più orribile che puoi vede re in guerra. Avevano gli occhi come di pecore al macello e a ogni scoppio di bomba si buttavano a terra venivano calpestati dagli altri che premevano violenti alle spalle.

«Di che brigata siete?», gridò un Ardito alla marea. Un ufficiale li investì con la luce di una torcia elettrica. Al bagliore guardarono in su con quei terribili occhi spauriti e proseguirono strappandosi di dosso zaini e moschetti.

«Ehi, Frog! Direi che hanno il morale a terra!», mi urlò Pickles all’orecchio. «Ho già visto questo un’altra volta».

Si sporse dal camion, ne acciuffò uno e gli diede uno scossone afferrandolo per la gola. «Figlio d’un cane bastardo. Figlio di tuo zio», ringhiò, sbattendogli la testa contro la sponda del camion. «Perché scappate?». Il soldato lo guardò muto, poi disse asciutto: «Gli austriaci. Hanno sfondato in montagna. Han rotto le linee sull’Asolone e stanno scendendo sulla strada. Ci ammazzeranno tutti».

«Dovresti essere ammazzato tu», disse Pickles in inglese e lo scaraventò con un ceffone nella fiumana.

«Questo accorcia il percorso!», gridò agli uomini del camion. «Arditi, oggi si mangia carne!».

Gli uomini della fila del camion stavano calandosi giù con l’ordine di schierarsi sulla strada. La strada qui era intagliata nella roccia e non c’era spazio per manovrare. Una valle veniva a finire in strada duecento metri più avanti di una curva, e lì gli austriaci erano penetrati e avevano tagliato la strada principale della montagna. Stavano penetrando a cuneo sulla strada anche in un’altra parte. Tà tà tà tà!… Le mitragliatrici martellavano la curva in cui gli austriaci sciamavano giù per la valle e sulla scarpata di fianco alla strada.

«E’ molto semplice», disse il maggiore al battaglione, con voce chiara e un po’ blesa. «Dobbiamo cacciarli indietro. Su per la valle e oltre la cresta. E’ molto semplice, bisogna cacciarli indietro. Siamo gli Arditi». E la sua voce si alzò a tono di comando: «Battaglione Savoia!».

E il battaglione avanzò. Non dietro uno sbarramento, non in ordine regolare, non a passo cadenzato, ma urlando, bestemmiando, correndo, urtandosi, spingendosi per essere primi all’urto. Un battaglione contro un esercito. Quando la prima mitraglia li investì, come un manicotto d’acqua su una fila di formiche di una stradetta laterale, non si scomposero. Fu colpito il maggiore, cadde, si rialzò, fu abbattuto ancora, ma continuò a trascinarsi carponi e ad aggrapparsi con le mani su per il pendio, muovendosi a piccoli scatti come un bambino. E allora gli austriaci vennero giù dalla montagna come un’onda verde e grigia e il maggiore sparì travolto da una marea di piedi, e lui da sotto tagliava e scarnificava gambe. E allora vidi Pickles.

Puntò dritto nel più folto di essi. Con un coltello per mano. Ammassate e scioccate dal contrattacco, le truppe si erano come inceppate. Vidi Pickles dare uno strattone alla cordicella al collo e usare la pesante pistola automatica come una fionda, mentre con la sinistra giocava come un fulmine d’estate facendo guizzare il pugnale. Gli Arditi attaccavano a testa bassa, balzavano, pugnalavano, lanciavano «signorine» (3), dovunque c’era spazio, nella massa grigia dei nemici. Pickles si apri un varco verso il maggiore caduto, gli fece spazio attorno. Fu allora che gli austriaci, compatti, incominciarono a ritirarsi su per la vallata. Gli Arditi non li distinguevi più. Si vedevano solo vortici di austriaci e potevi esser certo che là in mezzo c’era un Ardito. Ma furono bloccati, e allora dalla strada si riversò la fanteria, e in ordine sparso e alla baionetta li caricò su per la vallata. I mitraglieri di un battaglione misero su i treppiedi e sgranarono nastri dopo nastri contro gli austriaci in ritirata e incalzati dalla fanteria su per le pendici.

Dopo che i nemici erano spariti oltre la cresta, trovai Pickles seduto accanto al maggiore. Tutto intorno c’erano elmetti col chiodo, bombe a mano col manico, involucri vari e altri resti, più macabri, della battaglia.

«Sei ferito grave, Picks?», gli chiesi preoccupato, piegandomi su di lui. «Solo qualche graffio, Frog Eyes». Si guardò intorno. «Questa è la valle della morte. Andiamocene via. La loro artiglieria può aprire il fuoco da un momento all’altro. Sarebbe stato ben altro spettacolo se non ci avessero giocati e non avessero attaccato loro per primi. A finire il lavoro adesso basta la baionetta. Frog Eyes, come sarebbe stato bello l’esserci avvicinati noi a loro, fino a sentirne il puzzo del fiato. Cosa credi? Io sputo in faccia all’ufficiale prima di farlo fuori. Ah, il vecchio bravo coltello. Dai, Frog Eyes, andiamocene di qua. Dammi una mano, per piacere». Si alzò barcollando, perdendo sangue da una dozzina di ferite, e scendemmo dalla scarpata scavalcando e oltrepassando gruppi di austriaci morti, con sempre in mezzo il corpo di un Ardito.

«Quando entriamo in azione noi», Pickles mi fece notare, «ci dobbiamo anche fare il monumento. Che combattimento, eh?, Frog!».

Ai piedi della scarpata quelli del battaglione che erano rimasti vivi, una cinquantina d’uomini, giacevano esausti a terra, con il fiato grosso e come mezzo ubriachi, come giocatori di calcio in un intervallo.

«Eccoli là, Frog Eyes», disse Pickles esaltandosi. «Guardali bene, gli Arditi. Non ne sono rimasti molti. Fissali bene in faccia, Frog». E si lasciò letteralmente cadere per terra e si distese. [...]“

NOTE:

(2) Episodio finito anche in Addio alle armi (1929), cap. 19.

(3) Hemingway sbaglia, confondendo «signorine» o «ballerine» (con un manico di legno e una specie di gonnellino) con petardi Thevenot che avevano un nastro che nel lancio si disfaceva.

(Courtesy of the Hemingway Estate, New York, and prof. Carlos Baker, Princeton N.J.).

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